" I DISCORSI PIU' VERI SONO QUELLI CHE FACCIAMO PER CASO, TRA SCONOSCIUTI."

Cesare Pavese Dialoghi con Leucó

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ANIME DI VETRO


Maurizio De Giovanni

Einaudi 2015 pag. 394






"Il maggiore Manfred Kaspar von Brauchitsch alzò gli occhi verso il cielo e inalò una profonda boccata d'aria. Gli occhi e il naso, coinvolti nell'operazione, gli diedero risposte inattese. Gli uni non videro le stelle, nonostante fosse sera, per l'illuminazione ravvicinata dei lampioni ai lati della stretta via; l'altro restituì, invece della dolce aria profumata caratteristica del momento di passaggio tra l'estate e l'autunno, un aroma misto di aglio, cipolla e verdure cotte che proveniva da una piccola trattoria all'angolo della strada. Del resto le orecchie, se fossero state interrogate, gli avrebbero confermato che si trovava vicino a un posto dove si poteva mangiare qualcosa rimandandogli il frastuono di musica e canto stonato degli ubriachi che stazionavano fuori dal localino, fumando e ridendo.
Il maggiore, divertito, scosse il capo, pensando per la centesima volta in due giorni a quanto quella strana, disordinata, allegra città fosse diversa dalla sua Prien. Eppure si trattava di due sud, rifletté. La Baviera e l'Italia meridionale, che però differivano tra loro proprio come la Germania e quella nazione forte e piena di speranza in cui si trovava adesso."
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LA SPOSA


Mauro Covacich

Bompiani 2014 pag. 185






"Avanzo a quattordici all'ora nel primo buio del pomeriggio. Tre passi al secondo, duecentoquaranta metri al minuto, quattordici chilometri all'ora. E' la mia velocita' di crociera e in questo punto senza marciapiedi sento nitido il metronomo delle scarpe sul ghiaino. Esco a correre ogni sera e ogni sera la corsa entra in me. Lava tutto quello che la giornata ha imbrattato. Scorre dentro e lucida le pietre dei pensieri piu' grossi. E' un fiume che bevo per intero, con l'umidita', il fumo delle macchine, la puzza dei concimi. Prima di guadagnare l'aperto della campagna devo fronteggiare ancora qualche minuto di traffico. Fronteggiare e' proprio la parola che cercavo, perche' corro in senso contrario alla direzione di marcia, andando incontro agli anabbaglianti, offrendo la faccia e le righe catarifrangenti della pettorina al mondo che rientra. Sul mio stesso lato si avvicina una sagoma complessa. Individuo in controluce un cane al guinzaglio, una donna non giovane, mi pare, e qualcosa come una bacchetta o un frustino. La sagoma cammina in modo scomposto, sembra una macchia di Rorschach in movimento nell'alone lattiginoso dei fari, ma e' chiaramente una signora a passeggio col cane. E' strano solo quel frustino, un tocco agreste, mandriano, in mezzo all'urbanissimo caos di viale Grigoletti. Per frustare chi, cosa? La donna e' vecchia, adesso lo vedo bene, e impugna forse l'unico reperto fossile di tutto cio' che e' stata. Solo il gesto e' rimasto, dell'era delle vacche. Non le vacche, non la casa con la stalla. Anche il cane, smilzo, anfetaminico, non e' certo un cane pastore. Quei due sono scesi da un appartamento qui intorno. Siamo tre cose fuori posto su questo bordo strada. Senza contare la bacchetta..."


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TEMPI GLACIALI


Fred Vargas

Einaudi 2015 pag. 442






"Primissimi giorni di aprile. A Parigi il clima diventava piu' mite, pero' sotto l'aria restava fredda. Il sotto dell'aria. Ma se c'era davvero un sotto dell'aria, come si chiamava l'altra parte? Il sopra dell'aria? Marie-France aggrotto' le sopracciglia, irritata da quei piccoli interrogativi che le passavano per la testa come moscerini sfaccendati. Proprio quando aveva appena salvato una vita. O invece si diceva la superficie dell'aria? Si sistemo' il cappotto rosso e ficco' le mani in tasca. A destra le chiavi, il portamonete, ma a sinistra una busta spessa che non ci aveva infilato lei. La tasca sinistra era riservata alla tessera dei mezzi pubblici e ai quarantotto centesimi per il pane. Si fermo' sotto un albero a riflettere. Con in mano la lettera di quella povera donna che era caduta. "Pensaci su sette volte prima di agire" era la solfa di suo padre, che peraltro non aveva mai agito in vita sua. Probabile che non riuscisse a pensarci su piu' di quattro volte. La calligrafia sulla busta era tremolante, e il nome sul retro, Alice Gauthier, spiccava a grandi caratteri  incerti. Era proprio la sua lettera. Marie-France aveva rimesso tutto dentro la borsa, e nella fretta di raccattare i documenti, portafoglio, medicine e fazzoletti prima che li afferrasse il vento, aveva intascato la lettera. La busta era caduta dalla parte opposta rispetto alla borsetta, evidentemente la donna la teneva nella mano sinistra. Ecco cosa stava andando a fare tutta sola, penso' Marie-France: a imbucare una lettera..."
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UN ALTRO GIRO DI GIOSTRA


Tiziano Terzani

Longanesi 2004 pag. 578

(usato)




"Ogni stagione ha i suoi frutti, e la mia stagione giornalistica aveva fatto i suoi. Mi succedeva ormai di ritrovarmi sempre piu' spesso in situazioni simili a quelle in cui ero gia' stato, ad affrontare problemi che gia' conoscevo. Il peggio era che scrivevo sentendo l'eco di storie e di parole gia' scritte vent'anni prima. E poi: i fatti, dietro ai quali un tempo correvo con la passione di un segugio, non mi interessavano piu' allo stesso modo. Col passare degli anni avevo incominciato a capire che i fatti non sono mai tutta la verita' e che al di la' dei fatti c'e' ancora qualcosa - come un altro livello di realta' - che sentivo di non afferrare e che comunque sapevo non interessare il giornalismo, specie per come viene ormai praticato. Avessi continuato in  quel mestiere, al massimo avrei potuto tentare di essere come ero gia' stato. Il cancro mi offriva una buona occasione: quella di non ripetermi. Non era la sola. Lentamente mi accorsi che il cancro era diventato una sorta di scudo dietro il quale mi proteggevo, una difesa contro tutto quel che prima mi aggrediva, una sorta di baluardo contro la banalita' del quotidiano, gli impegni sociali, contro il fare conversazione. Col cancro mi ero conquistato il diritto di non sentirmi piu' in dovere di nulla, di non avere piu' sensi di colpa. Finalmente ero libero. Totalmente libero. Parra' strano, e a volte pareva stranissimo anche a me, ma ero felice.
"Possibile che bisogna proprio avere il cancro per godere della vita?" mi scrisse un vecchio amico inglese..."
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LA PELLE DELL'ORSO


Matteo Righetto

Guanda 2013 pag. 153






"I primi raggi di sole iniziarono a filtrare obliqui attraverso i rami degli abeti e si appoggiano tiepidi sul viso del ragazzo. Dalla terra scura e dal muschio verde ai lati del sentiero  iniziarono a sollevarsi veli bianchi di umidità. Il sottobosco colpito dal sole cominciò a respirare e risvegliarsi, stiracchiando gli arbusti e le radici dei rovi. Fringuelli e ciuffolotti, cince e usignoli cantano più forte, rincorrendosi  con voci e richiami sempre più chiari e vividi.
La fragranza del pino mugo che si diffondeva nell'aria fece tornare in mente a Domenico il profumo della pelle chiara di sua mamma, quando da piccolo lo sollevava  e lo stringeva al petto. Il sentiero saliva nel bosco e lui, tenendo lo sguardo a terra fisso sulle punte degli scarponi  che alternavano il passo affaticato, pensava a lei in continuazione. 
La rivedeva mentre rammendava i suoi vestiti sdruciti dopo un ruzzolone o mentre falciava il prato con la pelle arrossata dall'estate e i capelli legati dietro la nuca. Gli mancavano il suo sorriso, le sue dita, le sue guance calde. E ogni mattina, dopo ogni risveglio, gli mancava il latte scaldato da lei. Perché quando era lei a versarlo nella scodella, il calore di quel latte era diverso da tutti gli altri. Era un altro caldo. E nessun latte in nessuna scodella era stato uguale a quello, dopo che lei se n'era andata."
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INSCIALLAH
Oriana Fallaci

Superpocket 1997 pag. 795

(usato)






"Apparteniamo a un'epoca in cui cinema e Tv si sostituiscono alla parola scritta, al racconto scritto, e nel dialogo con il mondo i registi anzi gli attori si sostituiscono agli scrittori. Nessuno infatti, neanch'io, resiste al narcotico richiamo dello schermo, al perpetuo svago offertoci da un sistema di comuicazione che trasforma in pubblico trastullo anche la sacra intimita' del sesso e la inviolabile solennita' della morte. Soggiogati, ipnotizzati dalla moderna Medusa, passiamo ore a guardar le sue immagini e ascoltare i suoi suoni. Di conseguenza leggiamo assai meno, e molti non leggono piu'. Ritengono che si possa vivere senza leggere cioe' senza la parola scritta, il racconto scritto, gli scrittori. Invece no. No, e non tanto perche' lo stesso cinema e la stessa Tv non prescindono dalla parola scritta, dal racconto scritto, dagli scrittori, quanto perche' lo schermo non permette e non permettera' mai di pensare come si pensa leggendo: le sue immagini e i suoi rumori distraggono troppo, impediscono di concentrarsi. Oppure suggeriscono riflessioni troppo superficiali e passeggere. Inoltre si preoccupa troppo di stupire e divertire, lo schermo, diverte e stupisce con mezzi troppo rudimentali e giocattoleschi: se ne frega delle tue meningi."
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2001 ODISSEA NELLO SPAZIO
Arthur C. Clarke e Stanley Kubrick

Euroclub 1977 pag. 252

(usato)







"Un attimo dopo, tutti gli altri rumori furono sommersi da un rombo mugghiante, simile alla voce di un tornado che si avvicina. Bowman senti' i primi fremiti di vento investirgli il corpo; un secondo dopo, gli riusci' difficile restare in piedi.
L'atmosfera si stava avventando fuori dell'astronave, e prorompeva a zampillo nel vuoto dello spazio. Qualcosa doveva essere accaduto ai congegni di sicurezza, a prova di errori maldestri, della camera di equilibrio; in teoria era impossibile che entrambi i portelli si aprissero contemporaneamente. Ebbene, l'impossibile era accaduto.
Ma come, in nome di Dio? Mancava il tempo di risolvere l'interrogativo durante i dieci o quindici secondi di consapevolezza che gli rimanevano prima della riduzione a zero della pressione. Ma a un tratto Bowman ricordo' qualcosa che uno dei progettisti dell'astronave gli aveva detto una volta, parlando dei dispositivi di sicurezza.
"Possiamo progettare un dispositivo sicuro contro gli incendi e la stupidita'; ma non possiamo progettarne uno che sia sicuro contro la malizia deliberata..."
















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LA LINEA D'OMBRA
Conrad
Garzanti editore 1999  pag. 126
(usato)






Con l'ancora sollevata a prora, e vestita di vele fino ai pomi d'albero, la mia nave stava immota come un modellino di veliero posato tra i luccichii e le ombre di un marmo levigato. Era impossibile distinguere la terra dall'acqua nell'enigmatica stasi delle immense forze del mondo. Un'improvvisa impazienza si impossesso' di me. "Non risponde al timone per nulla?", chiesi irritato al marinaio le cui forti mani scure, strette alle caviglie della ruota, risaltavano chiare nell'oscurita', come un simbolo della pretesa dell'umanita' di dirigere il proprio destino.
"Sissignore. Viene al vento adagio" rispose.
"Metti la prua a sud".
"Si'. Sissignore".
Misuravo il casseretto. Non si sentiva che il suono dei miei passi, finche' l'uomo parlo' di nuovo.
"Prua a sud, adesso, signore".
Sentii una leggera stretta al petto prima di far sapere la prima rotta del mio primo comando alla notte silenzionsa, madida di rugiada e scintillante di stelle. C'era qualcosa di conclusivo in quell'atto che mi impegnava alla vigilanza incessante del mio compito solitario.


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MEMORIE A ROTTA DI COLLO 

Buster Keaton
Feltrinelli  1995 pag. 252
(libro usato raro da collezione)
"Anche durante i miei primi show ci guadagnammo la reputazione di fare i vaudeville piu' violenti. Questo come risultato di una serie di interessanti esperimenti che mio padre fece su di me. Comincio' portandomi in scena in braccio per poi farmi cadere a terra. In seguito comincio' a spazzare in terra con me come scopa. Quando si accorgeva che non mi lamentavo comincio' a lanciarmi per il palcoscenico, dietro le quinte,  e a farmi cadere sulla grancassa nel pozzetto dell'orchestra. 
Gli spettatori delle prime file erano stupiti perche' io non piangevo. Non c'era niente di misterioso. Non piangevo perche' non sentivo male. A tutti i bambini piace essere strapazzati dal babbo. Sono cascatori e acrobati naturali. Poiche' ero anche un istrione nato, mi dimenticavo di tutti i lividi e le sbucciature quando sentivo il pubblico trattenere il fiato, poi ridere e applaudire.

"Prima di diventare piu' alto di un soldo di cacio ero presentato nel nostro show, I Tre Keaton, come "La Scopa Umana". Una delle prime cose che notai fu che ogni volta che sorridevo o facevo capire al pubblico quanto mi divertivo, loro sembravano ridere meno.
Credo che la gente si aspetti che nessuna scopa, strofinaccio, sacco di patate, o pallone da calcio umano si diverta a essere trattato in quel modo. In ogni caso facevo apposta  a sembrare infelice, umiliato, perseguitato, tormentato, vessato, stupito e confuso. Altri attori fanno ridere con le battute. Non io. Al pubblico non piacerebbe. E mi sta bene. Per tutta la vita mi sono sempre sentito felicessimo quando gli spettatori si dicevano, guardandomi: "Guarda quel poveraccio!"

























Non disponibile
IL LIBRO DEGLI ANIMALI
Mario Rigoni Stern
Einaudi
1990-91
pag. 129











"Il caldo era arrivato fin quassu' e l'aria fresca della sera stentava a mitigarlo, per questo tenevo aperte le finestre fino all'ora di andare a letto, fu cosi' che, forse inseguito dai gufi, un pipistrello venne a cercare rifugio dentro casa. Lo vide un mattino mia moglie e cercando di farlo uscire lo fece invece salire verso la mia stanza di lavoro. A me non dava nessun fastidio perche' il pipistrello alpestre (anche se le dicerie lo denigrano facendolo apparire diabolico e tenebroso) e' un animaletto pulito, timido e utile; ma per accontentare la padrona di casa tentai di catturarlo per rimetterlo in liberta'.
Improvvisamente scomparve. Per un po' lo cercai dietro i libri, sotto le sedie e negli angoli piu' nascosti dove presumevo potesse riparare. Niente. "Al calar del sole apriremo tutte le finestre e vedrai che se ne andra'", dicevo per tranquilizzarla.
Quando venne la sera usci' da dietro la libreria e con le zampette si appese a un libro con la testa in giu'. Mia moglie mi chiamo' eccitata. Il libro era: Il precario equilibrio- Momenti della tradizione letteraria inglese di Sergio Perosa. "Ma cosa ti metti in testa di leggere!" mi parve di dovergli dire. "Ti interessa la letteratura inglese?" e lo presi delicatamente."









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NON TI MUOVERE

di  Margaret Mazzantini
Ed. Mondadori 2001  pag. 295

(usato)










''Mi ero fermato lì, su quello spiazzo di asfalto spruzzato di sabbia, oltre un filare di oleandri. Guardavo il cancello accostato e, tra le sue grate, la casa. Il tetto di ardesia e le mura bianchissime, impregnate di fosforescenza nel nitore di quella luce appena nata. Non ero entrato in casa, ero rimasto in macchina a intirizzirmi di umido. C'era stato un salto di tempo, non so quanto lungo, in cui forse mi ero assopito. L'utilitaria di Elsa era parcheggiata sotto la tettoia di canne. Il suo corpo era fermo sul letto, ignaro di me. Spiavo le cose che l'alba svelava, il filo da stenditura vuoto, le nostre biciclette addossate al muro. Ora nel cielo, insieme ai primi bagliori di sole, avanzava un celeste intenso. In quella purezza tutto era estremamente visibile. Se la notte mi aveva protetto, la luce, restituendomi alle cose, mi restituiva a me stesso. Allungai il collo nel piccolo rettangolo di specchio e ritrovai la mia faccia. La barba era cresciuta senza che io me ne accorgessi.


IL POETA
di  Michael Connelly
Ed. PIEMME
1999
pag. 497


"Quella notte, nella mia camera d'albergo, mi guardai a lungo nello specchio ma non mi tagliai la barba e neppure i capelli. Continuavo a pensare a Sean sotto il terreno gelato e sentivo un nodo in gola. Decisi che quando sarebbe giunto il mio momento mi sarei fatto cremare. Non volevo finire laggiu', sotto il ghiaccio.
Ma quello che mi rodeva era il suo messaggio. La versione ufficiale della polizia era la seguente: lasciato lo Stanley Hotel, mio fratello aveva attraversato in macchina l'Estes Park risalendo fino al lago Bear, e qui aveva fermato l'auto di servizio lasciando motore e riscaldamento accesi. Quando il calore aveva appannato il parabrezza, lui vi aveva scritto il messaggio con un dito guantato. Lo aveva scritto rovesciato, in modo che si potesse leggerlo dall'esterno. Le sue ultime parole, rivolte a un mondo degli affetti che comprendeva i due genitori, una moglie e un fratello gemello.
Fuori dallo spazio. Fuori dal tempo."

L'AMICO RITROVATO
di  Uhlman Fred
Ed. Feltrinelli
1996
pag. 92








''Non ricordo esattamente quando decisi che Konradin avrebbe dovuto diventare mio amico, ma non ebbi dubbi sul fatto che, prima o poi, lo sarebbe diventato. Fino al giorno del suo arrivo io non avevo avuto amici. Nella mia classe non c'era nessuno che potesse rispondere all'idea romantica che avevo dell'amicizia, nessuno che ammirassi davvero o che fosse in grado di comprendere il mio bisogno di fiducia, di lealta' e di abnegazione, nessuno per cui avrei dato volentieri la vita. I miei compagni mi sembravano tutti, chi piu' chi meno, piuttosto goffi, degli svevi sani, insignificanti, privi di immaginazione. Nemmeno gli appartenenti al ''Caviale'' facevano eccezione. Erano ragazzi simpatici e io andavo abbastanza d'accordo con tutti. Ma cosi' come non ero animato da particolari simpatie nei confronti di nessuno, nemmeno loro sembravano attratti da me. Non andavo mai a casa loro ne' loro venivano mai a trovare me. Un altro motivo della mia freddezza, forse, era che avevano tutti una mentalita' estremamente pratica e sapevano gia' cosa avrebbero fatto nella vita, chi l'avvocato, chi l'ufficiale, chi l'insegnante, chi il pastore, chi il banchiere. Io, invece, non avevo alcuna idea di cio' che sarei diventato, solo sogni vaghi e delle aspirazioni ancora piu'  fumose. Volevo viaggiare, questo era certo, e un giorno sarei stato un grande poeta.''

LA LUGER DEL CAPITANO HARALD
di Claudio Ferro 
Ed. A&B
2013
pag.143







''Don Alessandro uscì dalla chiesa; si era rivolto al l'Altissimo appena era iniziato il rastrellamento e alla fine la sua sofferta preghiera aveva dato i frutti: non soltanto Dio gli aveva indicato la giusta via ma, soprattutto, lo aveva fornito del coraggio necessario per portarlo a termine.
- Capitano, potrei parlarvi? -
Harald rabbrividì di piacere per la seconda volta nella stessa mattinata, mentre si domandava per quale arcano in quell'insignificante villaggio vi fosse una concentrazione di dignità così superiore alla media.
Si girò e inquadrò il parroco: sorrise, pensando che forse era la sottana a dare a quei montanari gli attributi che dovrebbero esseri propri di un uomo.
- Dite pure, padre. -
- Se cercate il colpevole del massacro dei vostri uomini, lo avete davanti: sono stato io. -
- Davvero siete stato voi? - chiese Harald,  avvicinandosi al prete.
Il religioso annuì; con un fulmineo scatto del piede, il capitano fece cadere il bastone di legno che Don Alessandro usava per sostenersi: il prete stava per cadere, ma, prontamente, Harald lo sostenne, mentre con uno sguardo ordinò a uno dei suoi di raccogliere il bastone.
- Scusate, padre: non volevo mancare di rispetto alla veste che indossate. - disse l'ufficiale. - Ma la vostra mancanza di rispetto verso la mia intelligenza mi ha costretto a tanto. - ''


CHE CI FACCIO QUI?
di Bruce Chatwin
Ed. CDE
1990
pag. 444








"Il suo bicchiere di vodka liscia era posato sulla tovaglia di damasco bianco. Dietro lo sbaffo di rossetto una fettina di limone galleggiava tra i cubetti di ghiaccio. Eravamo seduti l'uno accanto all'altra su un divanetto.
- Qual'è il tema su cui stai scrivendo, Bruce? -
- Il Galles, Diana. -
Il labbro inferiore schizzò in avanti. Le guance imbellettate ruotarono di novanta gradi.
- Balene! - esclamò. - Balenottere azzurre!... Capodogli!... Sperrrmaceti! LA BALENA BIANCA! -
- Ma no... no, Diana! Il Galles! Il Galles inglese! Quello che sta a ovest dell'Inghilterra. -
- Oh! Il Galles. Lo conosco, il Galles. Piccole case grige... coperte di rose... sotto la pioggia...-"  *
1982


* In inglese Wales (Galles) e whales (balene) si pronunciano quasi allo stesso modo: da qui l'equivoco e il divertimento del breve dialogo con Diana Vreeland, la direttrice di Vogue scomparsa nel 1989 (N.d.T.).

La "fantastica" copertina è consigliata a chi di notte proprio non riesce a dormire, il libro invece...

INSOMNIA
di Stephen King
Ed. Euroclub
1995
pag. 678








"Aveva ridisceso già un bel tratto di collina quando il giorno gli esplose silenziosamente attorno.
Era all'altezza della casa di May Locher quando gli successe. Si fermò bruscamente a fissare Harris Avenue con gli occhi sgranati, colmi di incredulità. Si teneva la mano destra schiacciata sulle clavicole, con la bocca spalancata. A vederlo sembrava vittima di un attacco cardiaco e sebbene il suo cuore funzionasse a dovere, almeno per il momento, certamente si sentiva vittima di un attacco di qualche genere. Nulla di quello che aveva visto negli ultimi mesi lo aveva preparato a uno spettacolo come quello. Ma probabilmente nulla avrebbe potuto prepararlo in ogni modo. L'altro mondo, il mondo segreto delle aure, era riaffiorato e questa volta in misura molto più vasta di quanto avrebbe dovuto immaginare...così rigoglioso da indurlo a chiedersi per un attimo se fosse possibile a un essere umano morire di sovraccarico percettivo. Il tratto di Harris Avenue che aveva davanti agli occhi si era trasformato in un paese fantastico di intensi fulgori, pieno di sfere e coni e mezzelune di colori. Gli alberi, che erano ancora a una settimana circa dal culmine della loro trasformazione autunnale, ardevano come torce, il cielo aveva superato il concetto stesso di colore: era una vasta, azzurra deflagrazione sonica..."
ENIGMA
di Robert Harris
Ed. Mondadori
1996
pag. 383








"La luna sfidava l'oscuramento e brillava come una torcia azzurra sui campi gelati, abbastanza luminosa da rischiarare la strada a un ciclista. Jericho si sollevò dalla sella e spinse con forza sui pedali, sbandando un pò mentre saliva a fatica la collina e seguiva la propria ombra, nitida sulla strada davanti a lui. Da lontano giunse il rombo di un bombardiere che tornava.
La strada cominciò a diventare pianeggiante e Jericho tornò a sedere sul sellino. Sebbene si fosse prodigato con la pompa, le gomme erano rimaste semisgonfie e le ruote e la catena erano indurite dalla mancanza di olio. Era faticoso procedere, ma a Jericho non dispiaceva. L'importante era fare qualcosa. Era un po' come decifrare un codice. Per quanto la situazione fosse disperata, la regola imponeva di fare qualcosa. Nessuno, amava dire Alan Turing, ha mai decifrato un crittogramma limitandosi a guardarlo".
"BAOL"
di Stefano Benni
Ed. Feltrinelli
2000
pag. 152








"Quando sono proprio giù di morale, vado in un bar che si chiama Apocalypso. E' un bar polisemico transdiversale interclassista: fino a mezzanotte ci vanno quelli che dopo vanno in un altro posto. Dopo mezzanotte ci vanno quelli che non hanno un altro posto dove andare. Dopo le quattro ci vanno quelli che non sanno nemmeno più in che posto sono.
 Il barista si chiama Galles, perché ha preso tante bottigliate in faccia che è tutto ridotto a quadri e losanghe. Lo potrebbero usare come bersaglio per le freccette (anzi qualche volta lo fanno). La sua specialità sono i cocktail: mette insieme dei ceffi di liquori e ne fa un ottimo equipaggio. I suoi cocktail leggendari sono: Anagrafe, Rappresaglia e Menedaunàl.
Anagrafe è così detto perché se ne bevi più di due, dopo devi andare all'anagrafe per sapere chi sei. Rappresaglia sono venti parti  di grappa italiana per una di grappa tedesca. Poi c'è Menedaunàl. Favoloso. Dopo averlo bevuto, ti vien sempre voglia di fare il bis. Allora chiedi, appunto: "Me ne dà un al..." Ma nessuno ha mai finito la frase, si schianta a terra prima.

"TORNERANNO LE QUATTRO STAGIONI"
di Mauro Corona
Ed. Mondadori
2010
pag. 163








"Quella primavera, quando Anita, insegnante in un paesino di montagna, si avvicinò ai pascoli alti, la marmotta di guardia le fischiò nelle orecchie. Un fischio penetrante, improvviso, che la fece sussultare. La donna osservò una ventina di marmotte correre a imbucarsi nelle tane. Poi, tutto tornò nel silenzio. Il silenzio magico della montagna. Silenzio che diventa misterioso verso il mezzodì, quando gli spiriti dei boschi vagano per i pascoli a indispettire uomini e animali. Anita si mise a sedere e aspettò. Dopo mezz'ora, la marmotta sentinella uscì dalla tana per riprendere il servizio di guardia. S'accorse di Anita, fischiò di nuovo e rientrò. Passati alcuni minuti tornò fuori. La maestra era ancora là. Questa volta, prima di fischiare, l'animale aspettò, curioso, volle rendersi conto. Fissò la donna. Poi, dopo il solito fischio, filò a intanarsi. E ancora tornò a metter fuori il muso. Questa volta non fischiò. Guardò Anita negli occhi. Forse marmotta e donna si capirono, comunicarono, dissero qualcosa con il pensiero. Chissà. Nessuno può spiegare il misterioso rapporto che lega uomini e animali. Ma è certo, tra esseri umani e animali un dialogo esiste. Se non pretendiamo, come spesso accade, che ragionino come noi, ma ci sforziamo di capirli, con pazienza e naturalezza, e amarli senza pretese, scopriamo che può nascere un'amicizia tra noi e gli animali."


L'OMBRA DEL VENTO
di Carlos Ruiz Zafon
Ed. Mondadori 
2006
pag. 439









"Un portone di legno mezzo marcio immetteva in un cortile dove alcune lampade a gas illuminavano debolmente gronde e angeli i cui lineamenti si disfacevano nella pietra invecchiata. Una scalea conduceva all'ingresso principale, da cui usciva una luce giallognola. Il chiarore che sprigionava da quel rettangolo tingeva di ocra il vapore dei miasmi che uscivano fuori. Da lassù una figura angolosa seguiva i nostri passi con uno sguardo scuro come l'abito che indossava. Fra le mani teneva un secchio di legno da cui si levava un fetore indescrivibile. "AveMariaPurissimaSenzaPeccatoConcepita" recitò Fermin.
"E la cassa?" replicò dall'alto una voce grave e reticente.
"La cassa?" esclamammo all'unisono Fermin e io.
"Non siete delle pompe funebri?" disse la suora con voce stanca.
Mi domandai se fosse un commento sul nostro aspetto o una semplice domanda. Fermin approfittò subito dell'imprevisto.
"La cassa è nel furgone, ma prima vorremmo dare un'occhiata al cliente. Questioni tecniche". 
Ebbi un conato di vomito.
"Di solito viene il signor Collbato' in persona" disse la suora.
"Il signor Collbato' la prega di scusarlo, ma doveva occuparsi di una imbalsamazione assai complicata. Un forzuto del circo."
"Lavorate con il signor Collbato'?"
"Siamo, rispettivamente, il suo braccio destro e sinistro.
Wilfredo Velludo, per servirla, e questo è Sanson Carrasco, mio fido assistente."
"Molto piacere" dissi.
La suora ci guardò distrattamente e annuì.
"Benvenuti al Santa Lucia. Sono suor Hortensia, vi ho fatti chiamare io. Venite."
Seguimmo la suora in religioso silenzio lungo un corridoio dove c'era lo stesso odore dei tunnel del metrò.